Intro – lento, quasi sussurrato)
Nel silenzio che precede il nome,
io sono.
Nel vuoto che precede la forma,
io chiamo.
(Strofa 1)
Terra sotto i piedi, ascolta il mio passo,
Aria nei polmoni, rendimi vasto.
Fuoco nel sangue, accendi il mio volere,
Acqua nei sogni, fammi scorrere.
Non cerco dono, non chiedo grazia,
io sono chi apre, chi traccia la traccia.
Antico richiamo inciso nel petto,
ciò che è nascosto ora è detto.
(Ritornello – più potente)
Io chiamo il potere, io chiamo la via,
non sopra di me — ma dentro sia.
Non è il rito, non è la parola,
è la fiamma che brucia e non si consola.
Io sono il varco, io sono il segno,
ciò che comando prende disegno.
Ombra e luce, venite a me,
ciò che è diviso ora uno è.
(Strofa 2)
Specchi che guardano oltre il velo,
aprite la soglia tra terra e cielo.
Lame che tracciano linee nel nulla,
tagliate il dubbio, che tutto si annulla.
Voci lontane, se esistete ancora,
non per servire, ma per memoria.
Io non mi piego, io non comando invano,
chi ascolta ora… cammina al mio piano.
(Bridge – ritmo più lento, profondo)
Nel nome di ciò che era prima del nome,
nel tempo che non conosce stagione,
nel battito oscuro che crea e distrugge,
io sono la chiave che tutto conduce.
(Ritornello – finale, più forte)
Io chiamo il potere, io chiamo la via,
non fuori da me — ma dentro sia.
Non è il gesto, non è l’altare,
è chi sono io… a farlo accadere.
Io sono il varco, io sono il segno,
ciò che comando prende disegno.
Ombra e luce, piegatevi a me,
ciò che è diviso ora uno è.
(Outro – sussurrato)
Ciò che ho chiamato…
rimane.